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Şingal (Sinjar): regione, storia e presente
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Aggiornamento: 2026-06. Questo articolo tratta la regione di Şingal nel suo insieme: geografia, significato religioso, storia prima del 2014 e situazione attuale. Il genocidio del 2014 viene qui volutamente presentato solo in sintesi, in modo approfondito negli articoli Genocidi contro gli ezidi, Cronaca dei Ferman e nella Timeline. Metodologia: tutti i dati numerici con fonte e data di riferimento; in caso di indicazioni divergenti vengono indicati intervalli. Le affermazioni sugli attori della sicurezza sono rigorosamente attribuite alle rispettive fonti.
Introduzione
Şingal (Sinjar) è il cuore demografico e culturale degli ezidi di tutto il mondo. La regione nel nord-ovest dell’Iraq, che prende il nome dalla catena montuosa Çiyayê Şingalê (kurmancî: «montagna di Şingal»), era, prima dell’agosto 2014, la più grande area di insediamento ezida contigua del mondo. La montagna è considerata sacra dagli ezidi: secondo la tradizione locale, qui l’arca di Noè si posò dopo il diluvio, e per secoli servì da rifugio durante le persecuzioni, l’ultima volta nell’agosto 2014, quando decine di migliaia di persone fuggirono sulla montagna davanti al cosiddetto «Stato Islamico» (IS).
Dal punto di vista amministrativo, Şingal appartiene come distretto al governatorato iracheno di Ninive e rientra al tempo stesso tra i «territori contesi» tra Baghdad ed Erbil, uno status irrisolto che segna la regione da decenni. Oggi, più di un decennio dopo il genocidio del 2014, Şingal è una regione tra ricostruzione e stallo: circa la metà della popolazione sfollata è tornata, centinaia di migliaia di persone vivono ancora nello sfollamento e il futuro politico del distretto resta aperto.
Geografia e località
La catena montuosa
I monti di Şingal sono una catena lunga circa 100 chilometri, orientata da est a ovest, che si erge in modo marcato dalla circostante pianura steppica dell’Alta Mesopotamia. Il punto più alto si trova a 1.463 metri. Circa 75 chilometri della catena si trovano nel governatorato iracheno di Ninive, circa 25 chilometri in territorio siriano. Dal punto di vista geologico si tratta di un’anticlinale fratturata di calcare e arenaria, i cui strati vanno dal Cretaceo superiore fino al primo Neogene [1].
Dal XII secolo circa la regione intorno alla montagna è abitata prevalentemente da ezidi [1][2]. La posizione del massiccio, lontano dai grandi centri di potere, difficilmente accessibile, al confine tra imperi e più tardi tra Stati, ha segnato profondamente la storia della regione e dei suoi abitanti.
Amministrazione e località
Şingal è un distretto (qeza, kurmancî/arabo: circoscrizione amministrativa) del governatorato di Ninive. Il capoluogo del distretto è la città di Şingal, sul versante meridionale della montagna [3]. Altre località importanti sono:
- Sinunê a nord della montagna, centro del versante settentrionale
- Xanesor (Khanasor) a nord-ovest
- Til Ezêr (arabo: al-Qahtaniyya) e Siba Şêx Xidir (arabo: al-Jazira) nella pianura a sud della montagna, entrambe le località furono nel 2007 bersaglio dei più gravi attentati dinamitardi della guerra in Iraq (vedi sotto)
- Koço (Kocho) sull’altopiano meridionale, il luogo del massacro del 15 agosto 2014, al quale è dedicata una sezione specifica nell’articolo sul genocidio (in dettaglio: Genocidio del 2014)
Molte delle località della pianura non sono villaggi cresciuti organicamente, bensì insediamenti collettivi risalenti all’epoca della dittatura baathista (vedi la sezione «Politica di arabizzazione») [3][4].
Popolazione
Non esistono dati demografici affidabili per Şingal, l’ultimo censimento iracheno risale al 1997, tutte le indicazioni più recenti sono stime. Per la città di Şingal nel 2013 si stimavano circa 88.000 abitanti, in maggioranza ezidi, accanto ad arabi sunniti e sciiti, turkmeni e assiri [3]. Per la popolazione ezida dell’intera regione prima dell’agosto 2014 si indicano, a seconda della fonte, da circa 400.000 a 480.000 persone [2][3][4]. Nell’agosto 2014 circa 400.000 persone furono cacciate nel giro di poche ore; a tutt’oggi solo una parte di loro è tornata (vedi la sezione «La situazione oggi») [4].
Significato religioso: la montagna sacra
Per gli ezidi il Çiyayê Şingalê è molto più di una catena montuosa, è un luogo sacro, uno spazio di protezione e un pilastro del paesaggio religioso. Secondo la tradizione locale, l’arca di Noè si sarebbe posata dopo il diluvio sulla cima più alta della montagna [1]. Su tutta la montagna sono disseminati santuari e mausolei con i caratteristici tetti conici scanalati, che nell’architettura ezida simboleggiano i raggi del sole (in dettaglio nell’articolo Architettura dei santuari).
Şerfedîn (Perestgeha Şerfedîn)
Il santuario più importante della regione è la Perestgeha Şerfedîn (kurmancî: «santuario di Şerfedîn») sul versante settentrionale della montagna, dedicato a Şêx Şerfedîn (Şeref ed-Dîn ibn Şêx Hesen). È considerato dagli ezidi uno dei luoghi più sacri in assoluto; l’iscrizione di fondazione indica l’anno 1274 d.C. [5][6]. L’edificio in pietra chiara con tetto conico scanalato è uno dei più antichi santuari ezidi utilizzati senza interruzione.
Şerfedîn ha per gli ezidi di Şingal anche una dimensione identitaria: alcuni ezidi di Şingal usano «Şerfedîn» perfino come autodenominazione della propria religione [5]. Nell’agosto 2014 un piccolo gruppo di circa 18 combattenti ezidi armati alla leggera, guidati da Qasim Şeşo, difese con successo il santuario contro un’unità dell’IS più grande, equipaggiata con veicoli blindati e mortai, Şerfedîn non fu mai conquistato e divenne così un forte simbolo della volontà di sopravvivere [5].
Şerfedîn è inoltre meta di pellegrinaggio. Secondo indicazioni diffuse, il pellegrinaggio principale annuale si svolge a metà agosto; la data esatta non è però attestata in modo univoco nelle fonti accessibili e dovrebbe essere verificata sul posto o presso la comunità [5][7]. Tra le usanze di pellegrinaggio tramandate vi è l’impilare tre pietre nere presso la tomba (come segno di fortuna) e l’annodare pezzi di stoffa colorati alla parete (per l’esaudimento di un desiderio) [5].
Çil Mêra e altri santuari
Sulla cima più alta della montagna si trova il santuario Çil Mêra (anche Çermêra; kurmancî: «quaranta uomini»). Sulla sua storia è documentato ben poco nella letteratura accessibile; l’interpretazione corrente del nome rimanda a quaranta uomini ai quali il luogo sarebbe dedicato [1][8].
Inoltre, sulla montagna sono documentati numerosi altri mausolei con tetto conico, tra cui Şêx Amadîn sulla cima del Galê Bîrîn (iscrizione del 1400), Şêx Hesen nel villaggio di Gabbara (iscrizione del 1325) nonché Hajalî / Pîr Hecî Alî (Hassina) e Memê Reş (Tappa), entrambi probabilmente risalenti al XII secolo [6]. Alcuni mausolei a Şingal furono distrutti dall’IS nel 2014/15 [6].
La tradizione della montagna protettrice
Il livello di significato forse più importante della montagna è il suo ruolo di rifugio. Per secoli gli ezidi, durante le persecuzioni, i Ferman (kurmancî/ottomano: letteralmente «decreto»; nella memoria ezida la denominazione delle grandi campagne di persecuzione e sterminio, vedi Cronaca dei Ferman), fuggirono sulla montagna, la cui altitudine e inaccessibilità offrivano protezione. Questa tradizione è proseguita fino alla storia più recente: nell’agosto 2014, da 40.000 a 50.000 persone fuggirono sulla montagna davanti all’IS [1][9]. «La montagna come protettrice» è ancora oggi un motivo centrale nell’autocomprensione degli ezidi di Şingal.
Storia prima del 2014
Antichità ed epoca arcaica
L’area intorno a Şingal compare già nelle fonti dell’antica Mesopotamia con il nome «Saggar». A partire dal II secolo d.C. la città fu, come Singara, una base militare romana e si trovò per secoli nella zona di confine di imperi concorrenti, assiri, romani, persiani, più tardi ottomani. Dopo la conquista araba negli anni 630/640 la regione apparteneva alla provincia di al-Jazira [1][3].
Epoca ottomana: bastione della resistenza
Nel 1534 gli ottomani conquistarono Şingal; la regione divenne il centro di un proprio sangiaccato (circoscrizione amministrativa ottomana) nell’eyalet di Diyarbekir [3]. Dal XVII secolo Şingal era considerata il bastione principale della resistenza ezida contro il potere centrale ottomano: la popolazione della montagna rifiutava la coscrizione (reclutamento forzato) e le imposte speciali, al che l’impero rispondeva con ripetute spedizioni punitive [3][10].
I Ferman del XIX secolo
Il XIX secolo portò due delle ondate di persecuzione più devastanti (in dettaglio nella Cronaca dei Ferman):
- 1832–1834: il principe curdo Mîrê Kor (Muhammad Pascià di Rawanduz) compì, contemporaneamente alle campagne di Bedir Khan Beg, massacri contro gli ezidi a Şêxan e Şingal. Le cifre delle vittime tramandate oscillano fortemente; le stime arrivano fino a 70.000 morti, alcune tradizioni indicano numeri ancora più alti. Molti fuggitivi annegarono nel Tigri [4][11].
- 1892/93: il generale ottomano Omer Wehbi Pascià mosse contro Şêxan e Şingal con la richiesta di conversione forzata o imposte speciali sotto minaccia di morte. Presso la montagna di Şingal fu respinto; il sultano lo destituì nel dicembre 1892 [11].
Nella cultura della memoria ezida questi eventi vengono contati nella tradizione dei 72 (o 74) Ferman. Il numero 72 va inteso in senso simbolico, sta per «moltissimi» –, e il genocidio del 2014 viene spesso contato come 73° o 74° Ferman [4][11].
L’epoca dello Stato iracheno
Anche sotto lo Stato iracheno fondato nel 1921 Şingal rimase un luogo di conflitto con il potere centrale: nel 1935 l’esercito iracheno attaccò undici villaggi ezidi e impose la legge marziale sulla regione, dopo che la popolazione si era opposta alla leva obbligatoria [11].
Politica di arabizzazione e insediamenti collettivi
Una cesura che produce effetti ancora oggi fu la politica di arabizzazione del partito Baath. Dalla fine degli anni Sessanta e negli anni Settanta, nel quadro dell’arabizzazione e della «de-curdificazione», furono distrutti oltre 400 villaggi nella sola Şingal. La popolazione fu trasferita coattivamente in undici insediamenti collettivi di nuova costruzione (mucamma’at, arabo: «insediamenti di raccolta») nella pianura intorno alla montagna. Gli insediamenti ricevettero nomi arabi, la terra ezida fu trasferita a coloni arabi [4][11].
Le conseguenze di questa politica arrivano fino al presente: il trasferimento forzato creò una geometria insediativa vulnerabile nella pianura aperta, località come Koço, Til Ezêr e Siba Şêx Xidir sono insediamenti di pianura di questo tipo, la cui posizione nel 2014 rese più difficile la fuga sulla montagna. A ciò si aggiungono conflitti sui diritti fondiari tuttora irrisolti [4][11].
Articolo 140: Şingal come «territorio conteso»
Şingal fa parte dei circa 14 territori contesi tra il governo federale iracheno a Baghdad e il Governo regionale del Kurdistan (KRG) a Erbil. L’articolo 140 della costituzione irachena del 2005 prevedeva per questi territori una procedura in tre fasi, normalizzazione, censimento, referendum –, che avrebbe dovuto concludersi entro la fine del 2007. Non fu mai attuata. La Corte costituzionale federale dell’Iraq confermò nel 2019 che l’articolo 140 è tuttora in vigore [12][13][14].
La conseguenza pratica per Şingal: decenni di trascuratezza negli investimenti e nell’amministrazione, lealtà concorrenti e, aggravate dal 2014, strutture amministrative doppie. Lo status irrisolto è una delle radici di quasi tutti i problemi attuali della regione (sulla situazione complessiva degli ezidi in Iraq vedi Situazione politica nel mondo).
Gli attentati del 14 agosto 2007
Il 14 agosto 2007 quattro autobombe coordinate, con complessivamente diverse tonnellate di esplosivo, distrussero gran parte delle località ezide di Til Ezêr (al-Qahtaniyya) e Siba Şêx Xidir (al-Jazira). Con circa 796 morti e circa 1.500 feriti fu l’attentato dinamitardo più letale della guerra in Iraq; come principale sospettato è indicata al-Qaida in Iraq [15][16]. Nel conteggio dei Ferman di alcuni ezidi questo attentato viene ricordato come Ferman a sé, esso rese visibile in modo sconvolgente, sette anni prima del 2014, l’assenza di protezione degli ezidi nella pianura.
Il Ferman del 2014: breve panoramica
Il 3 agosto 2014 l’IS assalì la regione di Şingal e commise un genocidio contro gli ezidi. Poiché questo evento ha su ezdixan.de propri articoli dettagliati, qui solo i dati essenziali per l’inquadramento:
- Circa 400.000 persone furono cacciate nel giro di poche ore [4]
- Da 40.000 a 50.000 persone rimasero intrappolate sulla montagna [1][9]
- La città di Şingal fu liberata il 13 novembre 2015 [3]
- Nella città di Şingal, secondo l’istituto olandese NIOD, furono distrutti circa l’80 % delle infrastrutture e il 70 % delle case [4]
→ Trattazione dettagliata: Genocidi contro gli ezidi · Cronaca dei Ferman · Timeline
La situazione oggi
Ritorno e sfollamento
Più di un decennio dopo il genocidio, il ritorno a Şingal è riuscito solo in parte, le cifre differiscono notevolmente a seconda della fonte, della data di riferimento e del metodo di conteggio e vengono perciò indicate qui con fonte e data:
- NIOD (2024): 80.000–120.000 rientrati a Şingal [4]
- IOM-DTM Return Index, round 23 (settembre–dicembre 2024): tasso di ritorno nel distretto di Şingal circa 50 %: il valore più basso a livello nazionale (Iraq nel complesso: 83 %). Nello stesso periodo, tuttavia, oltre 18.000 persone fecero ritorno, la più grande ondata di rientri da anni, spinta dalla chiusura dei campi e dall’aumento dell’aiuto statale al ritorno da 1,5 a 4 milioni di dinari iracheni [17][18]
- KirkukNow (settembre 2023): oltre 26.000 famiglie in 16 campi nella provincia di Duhok, più oltre 38.000 famiglie fuori dai campi. Degno di nota: oltre 1.000 famiglie tornarono addirittura da Şingal nei campi: come motivi il rapporto indica disoccupazione, mancanza di approvvigionamento elettrico, idrico e sanitario nonché case distrutte [19]
- Indicazioni più recenti (2024/25) parlano, a seconda della definizione e del metodo di conteggio, di circa 200.000–300.000 şingalioti tuttora sfollati a Duhok e dintorni; le cifre divergono perché talvolta vengono contati solo gli abitanti dei campi, talvolta tutti gli sfollati, talvolta solo gli ezidi [4][19][20]
Ricostruzione
La ricostruzione procede solo lentamente. La distruzione del 2014/15 (secondo il NIOD ca. l’80 % delle infrastrutture della città di Şingal [4]) in molti luoghi non è stata riparata; mancano reti elettriche e idriche, scuole e strutture sanitarie. Organizzazioni umanitarie come l’IOM sostengono in modo mirato le famiglie che ritornano, ad esempio nella ricostruzione delle case [20], il fabbisogno supera però di gran lunga i mezzi disponibili. Lo status amministrativo irrisolto (vedi articolo 140) blocca inoltre investimenti statali di maggiore portata.
Il Sinjar Agreement del 2020 e il suo fallimento
Il 9/10 ottobre 2020 il governo federale iracheno e il KRG conclusero, con la mediazione della missione ONU UNAMI, il cosiddetto Sinjar Agreement, articolato su tre pilastri [21]:
- Amministrazione: un nuovo sindaco indipendente designato di comune accordo, a tutt’oggi non nominato; continuano a esistere due amministrazioni concorrenti, una sul posto e una in esilio a Duhok
- Sicurezza: ritiro di tutte le «formazioni armate», espressamente del PKK, nonché costituzione di 2.500 forze di sicurezza locali (1.500 posti per gli sfollati interni che ritornano, 1.000 per i residenti)
- Ricostruzione: un comitato congiunto di Baghdad ed Erbil
Il più grande difetto di costruzione, secondo la valutazione concorde degli osservatori: gli ezidi sul posto non furono consultati nei negoziati [21][22][23]. L’attuazione è a tutt’oggi in gran parte fallita; l’ONU, gli USA e la Commissione statunitense per la libertà religiosa internazionale (USCIRF) la sollecitano regolarmente [21][22][23].
Situazione della sicurezza
A Şingal competono diverse strutture armate, una situazione che nella vita quotidiana colpisce più duramente la popolazione civile ezida, poiché essa si trova tra le pretese dei diversi attori. La seguente esposizione riporta le valutazioni delle fonti citate:
- l’esercito iracheno e la polizia federale;
- brigate delle Forze di mobilitazione popolare (PMF / Haşd al-Şabi): secondo l’Atlantic Council (2021) furono trasferite nella zona circa 15.000 unità delle PMF [21];
- le Unità di resistenza di Şingal (YBŞ) ezide, con circa 1.500 combattenti, nate nel 2014/15 con l’aiuto del PKK, secondo l’International Crisis Group e Chatham House ideologicamente vicine al PKK, ma amministrativamente e finanziariamente inquadrate nelle PMF [21][22][23];
- strutture locali di un’autoamministrazione ispirata al PKK (Consiglio democratico di autonomia di Şingal) [22];
- i Peshmerga del KDP si ritirarono da Şingal nell’ottobre 2017 [21].
Attacchi aerei turchi: a causa della presenza del PKK, la Turchia ha condotto dal 2017 ripetuti attacchi aerei e con droni su Şingal; l’organizzazione di ricerca ICSVE ha documentato gli attacchi degli anni 2017–2021 [24]. Un esempio documentato: il 16/17 agosto 2021 un attacco colpì un veicolo nella città di Şingal (tra i morti il comandante delle YBŞ Seîd Hesen) nonché la clinica nel villaggio di Sikêniyê, secondo Middle East Eye e altri media morirono otto persone, tra cui personale della clinica e un civile [25]. Secondo The New Humanitarian (febbraio 2022), la paura degli attacchi aerei frenava in modo misurabile il ritorno degli sfollati [26]. Il governo turco, secondo la propria rappresentazione, considera la presenza di PKK e YBŞ una minaccia alla sicurezza e ha posto il ritiro del PKK come condizione per una distensione [24][26].
Sviluppi dal 2024: cauta distensione
Dal 2024 si delinea una possibile svolta, la situazione è tuttavia dinamica, le seguenti indicazioni riportano lo stato delle fonti citate: secondo la Jamestown Foundation, da luglio 2024 non sono più stati segnalati attacchi aerei turchi a Şingal. Nell’ottobre 2024 è iniziato un processo di pace turco-curdo; nel febbraio 2025 il fondatore del PKK Abdullah Öcalan, detenuto, ha invitato allo scioglimento del PKK, al quale nel maggio/luglio 2025 sono seguite le relative dichiarazioni di scioglimento e disarmo [27][28]. Gli osservatori vi vedono opportunità per un maggiore ritorno, al tempo stesso restano aperte questioni centrali: lo status delle YBŞ non è chiarito (nel parlamento iracheno vi sono proposte di integrarle nelle strutture di sicurezza statali [29]), e i conflitti di fondo su amministrazione e articolo 140 sono irrisolti [27][28].
Cultura ed economia
«Terra dei fichi»: agricoltura
La base economica di Şingal è l’agricoltura: grano, orzo, tabacco, melograni, olive, ortaggi, e soprattutto i fichi, per i quali la regione è nota ben oltre i confini dell’Iraq. Şingal dispone di oltre 40.000 ettari di terreno agricolo, prevalentemente in coltura non irrigua, e di circa 50.000 alberi di fico, di cui circa 40.000 nell’area di Sinunê. Nei villaggi a terrazze di montagna come Karsî, Gabara e Dereji la coltivazione del fico ha una lunga tradizione; i fichi di Şingal spuntano sui mercati da 3.000 a 5.000 dinari iracheni al chilogrammo [30].
Doppia crisi: distruzione e siccità
L’agricoltura di Şingal è sotto doppia pressione. Da un lato, l’IS distrusse in modo mirato frutteti, pozzi e impianti di irrigazione, Amnesty International parlò nel 2018 di «distruzione deliberata» (wanton destruction) della terra agricola ezida [31]. Dall’altro, siccità e cambiamento climatico mettono a dura prova la regione: il raccolto di fichi nell’area di Sinunê si dimezzò da 150 tonnellate (2019) a 75 tonnellate (2021); nel 2023 circa 4.000 alberi si seccarono con temperature superiori ai 40 °C. Dal solo villaggio di montagna di Karsî se ne andarono circa 130 famiglie [30]. Come movimento di reazione è nato tra l’altro un progetto di rimboschimento con l’obiettivo di un milione di alberi, in un solo lotto mensile furono piantate 7.000 talee di fico [30][32].
Feste e vita religiosa
L’anno religioso degli ezidi di Şingal unisce tradizioni locali e sovraregionali (in dettaglio nell’articolo sul calendario delle feste su ezdixan.de):
- il pellegrinaggio a Şerfedîn (vedi sopra; la data esatta dovrebbe essere verificata presso la comunità) [5][7]
- il grande pellegrinaggio autunnale Cejna Cemayê (kurmancî: «festa dell’assemblea») a Lalîş dal 6 al 13 ottobre, al quale partecipano anche gli ezidi di Şingal [7]
- Çarşema Sor / Serê Salê (kurmancî: il capodanno ezida, il primo mercoledì di aprile secondo il calendario orientale) [7]
- Cejna Êzî (kurmancî: «festa di Êzî») il venerdì prima del solstizio d’inverno, che a Şingal viene celebrata in modo particolarmente intenso dopo il digiuno di tre giorni Rojiyên Êzî [33]
Identità e significato per la diaspora
Şingal è considerata il cuore demografico e culturale degli ezidi di tutto il mondo, prima del 2014 era la più grande area di insediamento ezida contigua. A causa del secolare isolamento della zona montuosa, Şingal viene inoltre spesso descritta come custode di tradizioni orali autonome [2][10]. Per la diaspora oggi dispersa in tutto il mondo, dalla Germania all’Australia (vedi Situazione politica nel mondo), la montagna resta un punto di riferimento centrale dell’identità: come luogo sacro, come luogo degli antenati e come monito che la sopravvivenza della comunità non è mai stata scontata.
Fonti
Tutte le fonti consultate l’11.06.2026.
- Wikipedia: Sinjar Mountains, https://en.wikipedia.org/wiki/Sinjar_Mountains
- The Kurdish Project: Sinjar (Shingal), https://thekurdishproject.org/kurdistan-map/iraqi-kurdistan/sinjar-shingal/
- Wikipedia: Sinjar, https://en.wikipedia.org/wiki/Sinjar
- NIOD Istituto per gli studi su guerra, Olocausto e genocidio (NL): «Ten years of ongoing genocide against the Yazidis», https://www.niod.nl/en/longreads/ten-years-ongoing-genocide-against-yazidis
- Wikipedia: Sharfadin Temple, https://en.wikipedia.org/wiki/Sharfadin_Temple
- Mesopotamia Heritage: The Yazidi mausoleums of Sinjar, https://www.mesopotamiaheritage.org/en/monuments/les-mausolees-yezidis-de-sinjar/
- Wikipedia: Cejna Cemayê, https://en.wikipedia.org/wiki/Cejna_Cemayê
- Wikivoyage: Sinjar, https://en.wikivoyage.org/wiki/Sinjar
- PLOS Medicine: Mortality and kidnapping estimates for the Yazidi population … Mount Sinjar, August 2014, https://journals.plos.org/plosmedicine/article?id=10.1371/journal.pmed.1002297
- irqnow: A brief history of Sinjar, https://irqnow.com/sinjar/
- Wikipedia: Persecution of Yazidis, https://en.wikipedia.org/wiki/Persecution_of_Yazidis
- Wikipedia: Article 140 of the Constitution of Iraq, https://en.wikipedia.org/wiki/Article_140_of_the_Constitution_of_Iraq
- KirkukNow: Article 140, disputed territories, https://kirkuknow.com/en/news/69161
- Rudaw: Territories remain disputed, Article 140 can be implemented, Iraqi federal court (2019), https://www.rudaw.net/english/kurdistan/300720192
- Wikipedia: 2007 Yazidi communities bombings, https://en.wikipedia.org/wiki/2007_Yazidi_communities_bombings
- UN News: UN Iraq envoy reviews reconstruction options for bomb-devastated Sinjar region (2007), https://news.un.org/en/story/2007/09/231602
- IOM DTM Iraq: Master List Report 134 (set–dic 2024), https://iraqdtm.iom.int/images/MasterList/20253231141635_IOM_DTM_ML_134.pdf
- IOM DTM Iraq: Sinjar District Factsheet, https://iraqdtm.iom.int/files/HHReintegration/2024611222618_IOM_DTM_Sinjar_ factsheet_v14.pdf
- KirkukNow: Shingal (Sinjar) returnees back to IDP camps (24.09.2023), https://www.kirkuknow.com/en/news/69664
- 964media: Dozens of Yazidi families return to Sinjar with IOM support (12.03.2024), https://en.964media.com/15833/
- Atlantic Council: The Sinjar agreement has good ideas, but is it a dead end? (2021), https://www.atlanticcouncil.org/blogs/menasource/the-sinjar-agreement-has-good-ideas-but-is-it-a-dead-end/
- International Crisis Group: Iraq, Stabilising the Contested District of Sinjar, Report 235 (31.05.2022), https://www.crisisgroup.org/middle-east-north-africa/gulf-and-arabian-peninsula/iraq/iraq-stabilising-contested-district-sinjar
- USIP: The Struggle for Sinjar, Iraqis’ Views on Security in the Disputed District (2021), https://www.usip.org/publications/2021/04/struggle-sinjar-iraqis-views-security-disputed-district
- ICSVE: Five Years of Airstrikes, Turkish Aggression and International Silence in Sinjar, 2017–2021, https://icsve.org/five-years-of-airstrikes-turkish-aggression-and-international-silence-in-sinjar-2017-2021/
- Middle East Eye: Iraq, Three dead after Turkish strike on clinic in Sinjar (08/2021), https://www.middleeasteye.net/news/iraq-three-dead-after-turkish-air-strike-clinic-sinjar
- The New Humanitarian: In Iraq’s Sinjar, Yazidi returns crawl to a halt amid fears of Turkish airstrikes (10.02.2022), https://www.thenewhumanitarian.org/news-feature/2022/2/10/Iraq-Sinjar-Yazidi-returns-halt-Turkish-airstrikes
- Jamestown Foundation: Impact of Turkish-PKK Peace Process on Iraqi Yezidis (2025), https://jamestown.org/impact-of-turkish-pkk-peace-process-on-iraqi-yezidis/
- The New Region: PKK disarmament sparks hope for Sinjar return, but deep challenges persist (2025), https://thenewregion.com/posts/2719/pkk-disarmament-sparks-hope-for-sinjar-return-but-deep-challenges-persist
- Shafaq News: Iraqi Yazidi MP proposes integrating YBS into state security institutions, https://shafaq.com/en/Kurdistan/Iraqi-Yazidi-MP-proposes-integrating-YBS-into-state-security-institutions
- KirkukNow: Shingal (Sinjar), From Land of figs to Desert by Drought, https://kirkuknow.com/en/news/70554
- Amnesty International: Iraq, Islamic State’s destructive legacy decimates Yezidi farming (12/2018), https://www.amnesty.org/en/latest/press-release/2018/12/iraq-islamic-states-destructive-legacy-decimates-yezidi-farming/
- ReliefWeb: Working with the farmers of Sinjar, https://reliefweb.int/report/iraq/working-farmers-sinjar
- Wikipedia: Feast of Ezid, https://en.wikipedia.org/wiki/Feast_of_Ezid
Sfollamento interno persistente: la vita nei campi come condizione permanente
A oltre un decennio dal 2014, lo sfollamento è diventato per gran parte degli Êzîden di Şingal una condizione non temporanea, ma cronica. Il nucleo principale degli sfollati interni (in inglese internally displaced persons, IDPs) si trova nella provincia di Duhok, nella Regione del Kurdistan iracheno, dove numerosi Êzîden vivono da anni in campi come Şarya (Sharya), Xanik (Khanke), Bajid Kandala e Domiz. In modo concorde, alla fine del 2024 il numero delle persone ancora sfollate viene indicato in circa 190.000 fino a oltre 200.000 persone, di cui gran parte vive nei campi [34][35].
Nello specifico, l’ambito dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati con sede a Ginevra indica per il 2024 circa 155.000-157.000 residenti nei campi distribuiti in 23 campi della Regione del Kurdistan, in prevalenza Êzîden provenienti da Şingal [36][37]. Il più grande campo êzîdî, Şarya presso Duhok, ospita da solo oltre 12.000 persone [38]. Da tendopoli erette in origine come soluzione provvisoria sono diventate per molti dimore permanenti: un’intera generazione di bambini êzîdî non conosce la vita al di fuori del campo. Un’indagine condotta nel 2023 dall’UNHCR ha rilevato che circa il 60 % dei residenti nei campi non aveva alcun piano di ritorno; come motivazioni venivano indicate le case distrutte, le mine antiuomo non rimosse e la persistente insicurezza [36].
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