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Il genocidio dello «Stato Islamico» contro gli ezidi nel 2014
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Articolo commemorativo e documentario sul 74º Ferman: il genocidio che il cosiddetto «Stato Islamico» (IS) ha perpetrato contro gli ezidi nella regione di Şingal a partire dal 3 agosto 2014. Questo articolo è dedicato esclusivamente e in profondità a questo unico Ferman. La panoramica storica di tutte le persecuzioni è data dagli articoli Cronaca dei Ferman e Genocidi degli ezidi nel mondo; la regione stessa è trattata nell’articolo Şingal. Metodologia: tutte le cifre delle vittime sono fornite con fonte e intervallo. Le stime divergenti sono nominate l’una accanto all’altra, mai una cifra singola senza prova. L’esposizione è fattuale e dedicata alla memoria.
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Memoriale dei martiri degli ezidi sul monte Şingal (giugno 2019). A più di un decennio dal genocidio, i memoriali in tutta la regione ricordano le persone assassinate e quelle ancora disperse. · Foto: Levi Clancy · Licenza: CC0 · Fonte: Wikimedia Commons
Introduzione
Nella mattina del 3 agosto 2014, combattenti del cosiddetto «Stato Islamico» assalirono la regione di Şingal, nel nord-ovest dell’Iraq, il cuore demografico e culturale degli ezidi di tutto il mondo. Nei giorni e nelle settimane seguenti, migliaia di persone furono assassinate, migliaia di donne e bambini rapiti e ridotti in schiavitù, e quasi l’intera popolazione ezida della regione fu spinta alla fuga. La commissione d’inchiesta indipendente dell’ONU constatò due anni dopo che questi atti integrano la fattispecie del genocidio, commessi con l’intenzione dichiarata di annientare gli ezidi in quanto comunità religiosa.
Nella tradizione propria degli ezidi, questo genocidio è il 74º Ferman: il più recente di una lunga serie di ondate di annientamento. Il conteggio 72/73/74 è tramandato oralmente ed è in parte simbolico; il conteggio oggi più in uso, confermato da Mîr Tahsîn Saîd Beg (1933–2019) e dal Consiglio spirituale, registra Şingal 2014 come il 74º Ferman (sulla tradizione del conteggio si veda Cronaca dei Ferman). A differenza dei Ferman storici, il genocidio del 2014 non fu perpetrato da un editto di un sultano, ma da un regime di terrore non statale, ed è il primo Ferman a essere stato condannato come genocidio dinanzi a tribunali internazionali.
Antefatto e contesto
L’ascesa dell’IS e la caduta di Mosul
Il cosiddetto «Stato Islamico» trasse origine dal ramo iracheno di al-Qaida e si rafforzò nel corso della guerra civile siriana a partire dal 2013. Nel giugno 2014 l’organizzazione conquistò, in un’offensiva sorprendentemente rapida, Mosul, la seconda città dell’Iraq (10 giugno 2014), e poco dopo Tall Afar (16 giugno 2014). Il 29 giugno 2014 il suo capo Abu Bakr al-Baghdadi proclamò un «califfato».
Con ciò il fronte si avvicinò direttamente alle zone di insediamento degli ezidi. La regione di Şingal si trova nei «territori contesi» tra il governo centrale iracheno a Baghdad e la Regione Autonoma del Kurdistan (KRG); dopo il ritiro dell’esercito iracheno dal nord nel giugno 2014, unità dei peshmerga curdi (PDK) avevano assunto il controllo di Şingal e promesso protezione alla popolazione civile.
Il ritiro dei peshmerga il 3 agosto 2014
Nella notte precedente e nella mattina del 3 agosto 2014, le unità peshmerga di stanza a Şingal si ritirarono prima che l’attacco dell’IS raggiungesse la regione, secondo resoconti concordanti, in larga misura senza combattere e senza avvertire o evacuare la popolazione civile. Le persone abbandonate erano in larga parte disarmate e indifese. La responsabilità di questo ritiro resta a tutt’oggi oggetto di gravi accuse e di una resa dei conti giuridica all’interno della comunità ezida e nei confronti della dirigenza del PDK (si veda Situazione politica nel mondo).
Lo svolgimento a Şingal
Assalto ed esecuzioni di massa
L’attacco cominciò il 3 agosto 2014 nelle prime ore del mattino e investì la città di Şingal nonché i villaggi circostanti. Dove l’IS catturava ezidi, seguiva uno schema ricorrente: gli uomini e i ragazzi al di sopra dei dodici anni circa venivano separati dalle donne; chi rifiutava di convertirsi all’islam veniva fucilato o decapitato. Le donne e le ragazze venivano fatte prigioniere e rapite come «bottino di guerra».
Diversi luoghi divennero teatro di esecuzioni di massa, tra essi il villaggio di Hardan già il 4 agosto e il villaggio di Solagh, dove furono uccise donne anziane considerate «invendibili». Nei villaggi attorno al monte rimasero centinaia di cadaveri; i luoghi dei crimini furono in seguito documentati come fosse comuni.
Il massacro di Kocho
Il villaggio di Kocho (Koço), a sud del monte, fu circondato dall’IS e posto per giorni sotto un ultimatum: conversione all’islam o morte. Il 15 agosto 2014 gli aggressori radunarono gli abitanti in una scuola, separarono gli uomini dalle donne e fucilarono gli uomini in gruppi fuori dal villaggio. Le donne e i bambini furono rapiti. Kocho divenne il simbolo del genocidio, anche perché è il villaggio natale di Nadia Murad, che perse la madre e sei fratelli.
La fuga sul monte e l’assedio
Decine di migliaia di ezidi fuggirono dai combattenti dell’IS che avanzavano sul monte Şingal (Çiyayê Şingalê), che da secoli funge da rifugio nei tempi di persecuzione. Lì, in piena estate, furono esposti al calore rovente senza acqua, cibo e riparo sufficienti; numerose persone, soprattutto bambini e anziani, morirono di sete e di sfinimento. L’assedio del monte scatenò una reazione internazionale: a partire dal 7 agosto 2014, gli Stati Uniti e gli alleati effettuarono i primi attacchi aerei contro le postazioni dell’IS e lanciarono aiuti sopra il monte.
Il corridoio umanitario
La via di discesa dal monte fu aperta alle persone accerchiate soprattutto da un corridoio che combattenti di formazioni curde provenienti dalla Siria, le YPG e unità a esse associate (strutture vicine al PKK), mantennero attraverso il territorio dell’IS. Attraverso questo corridoio verso la Siria nord-orientale e di lì di ritorno alla Regione Autonoma del Kurdistan, secondo stime divergenti, da diverse decine di migliaia a oltre centomila persone poterono mettersi in salvo. Questa operazione è profondamente radicata nella memoria collettiva di molti ezidi.
I crimini
La commissione d’inchiesta dell’ONU e organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International e Human Rights Watch hanno documentato un sistema di crimini coordinati mirante all’annientamento degli ezidi in quanto comunità.
Omicidi di massa
Gli uomini e i ragazzi al di sopra dei dodici anni circa, nonché le donne anziane, furono sistematicamente uccisi, mediante fucilazione, decapitazione o nei punti di raccolta sovraffollati. I morti furono sepolti in fosse; le fosse comuni così create attraversano l’intera regione.
La schiavitù sessuale: le sabaya
Migliaia di donne e ragazze furono dichiarate sabaya, un termine con cui l’IS designava le donne ridotte in schiavitù che, secondo la sua ideologia, potevano essere commerciate come proprietà, «distribuite» e violentate. Furono coinvolte ragazze a partire dai nove anni circa. Le donne furono ripetutamente rivendute, rapite verso campi di prigionia e le abitazioni private dei combattenti, rinchiuse, torturate e sistematicamente abusate sessualmente. La schiavitù sessuale non fu l’eccesso di singoli individui, bensì una componente fissa, fondata ideologicamente e organizzata del genocidio, fino a regole di vendita proprie e a «mercati di schiavi». Walk Free documenta questa pratica nel Global Slavery Index come uno degli esempi più gravi di schiavitù moderna in un contesto di conflitto. Sulla situazione e sulla resistenza delle donne ezide si veda l’articolo Le donne nell’ezidismo.
Bambini soldato e conversione forzata
I ragazzi furono strappati alle loro famiglie, portati nei campi e indottrinati come bambini soldato («cuccioli di leone del califfato»), addestrati all’uso delle armi e costretti ad abbandonare la loro religione. Gli adulti furono posti davanti alla scelta tra la conversione all’islam e la morte. La conversione forzata, la separazione di uomini e donne e il rapimento dei bambini miravano a impedire la nascita di bambini ezidi e a distruggere la trasmissione della religione, caratteristiche che l’ONU ha espressamente valutato come indizi dell’intenzione genocida.
Cifre delle vittime
Lo stato delle fonti riguardo alle cifre delle vittime è disomogeneo. Determinante è lo studio epidemiologico di Cetorelli et al. (PLOS Medicine 2017); accanto a esso circolano stime iniziali e comunitarie più elevate. Entrambe sono nominate qui l’una accanto all’altra.
| Grandezza | Cifra canonica |
|---|---|
| Uccisi | ~3.100 (PLOS Medicine 2017, intervallo di confidenza al 95% 2.100–4.400); altre fonti, stima iniziale dell’ONU, Yazda, Matthew Barber, arrivano fino a ~5.000 |
| Rapiti / ridotti in schiavitù | ~6.800 donne e bambini (PLOS 2017, IC al 95% 4.200–10.800); i dati comunitari parlano in parte di «oltre 7.000» |
| Sfollati | ~400.000 sfollati immediati; il Bundestag tedesco indica ~550.000 membri della comunità complessivamente colpiti |
Lo studio di Cetorelli e colleghi stima inoltre che solo nei primi giorni dell’attacco furono uccisi circa 3.100 ezidi, all’incirca la metà per violenza diretta (fucilazione, decapitazione), l’altra metà per le condizioni della fuga (sete, sfinimento, mancanza di assistenza medica).
Fosse comuni
Distribuite in tutta la regione sono documentate più di 200 fosse comuni, di cui circa 80 nel distretto di Sinjar stesso. L’unità investigativa istituita dall’ONU, UNITAD (Investigative Team to Promote Accountability for Crimes Committed by Da’esh/ISIL), lavorò insieme alle autorità irachene all’esumazione: entro la fine del suo mandato erano state esumate 37 fosse comuni e i resti di 186 vittime identificati e restituiti alle famiglie per una degna sepoltura secondo il rito ezida. UNITAD concluse il suo mandato nel settembre 2024; gran parte delle identificazioni è ancora in sospeso, e più di mille rapiti sono tuttora considerati dispersi.
Riconoscimento come genocidio
Le Nazioni Unite 2016
Il 15 giugno 2016 la commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite sulla Siria presentò il rapporto «They Came to Destroy»: ISIS Crimes Against the Yazidis (documento A/HRC/32/CRP.2). Il rapporto constata che l’IS commette un genocidio contro gli ezidi, che al tempo stesso integra la fattispecie di crimini contro l’umanità e crimini di guerra. Esso si fonda su interviste con sopravvissuti, leader religiosi, soccorritori e testimoni oculari e indica gli omicidi, la schiavitù sessuale, la conversione forzata e il rapimento dei bambini come mezzi di annientamento.
Riconoscimenti parlamentari e statali
Negli anni successivi numerosi parlamenti e Stati riconobbero formalmente il genocidio, tra essi il Parlamento europeo (già nel febbraio 2016), gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada, l’Australia, il Belgio, i Paesi Bassi, la Francia e l’Armenia.
Il Bundestag tedesco deliberò il 19 gennaio 2023, sulla base della mozione trasversale documento stampato 20/5228 (SPD, Alleanza 90/I Verdi, FDP, CDU/CSU), all’unanimità di riconoscere i crimini dell’IS contro gli ezidi come genocidio. Questo riconoscimento è coerente con l’esposizione dell’articolo Genocidi degli ezidi nel mondo.
La resa dei conti giuridica
Il 74º Ferman è il primo Ferman a essere stato processato e condannato dinanzi ai tribunali come genocidio, prevalentemente in virtù del principio di giurisdizione universale in Stati europei.
- Taha al-Jumailly: Tribunale regionale superiore di Frankfurt am Main, 30 novembre 2021: ergastolo. Fu la prima sentenza al mondo a qualificare espressamente i crimini dell’IS contro gli ezidi come genocidio. Condannato, tra l’altro, per la morte di una bambina ezida di cinque anni che aveva ridotto in schiavitù con la moglie e incatenato sotto il calore.
- Jennifer Wenisch: Tribunale regionale superiore di München, 25 ottobre 2021: dieci anni di reclusione. La moglie di al-Jumailly fu la prima reduce dell’IS condannata in Germania in relazione ai crimini contro gli ezidi.
- Lina Ishaq: Tribunale distrettuale di Stockholm, 11 febbraio 2025: dodici anni di reclusione per genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra, la prima sentenza di genocidio della Svezia in questo contesto; la corte d’appello Svea hovrätt confermò la sentenza l’11 novembre 2025.
- Sabri Essid: Corte d’assise (Cour d’assises) di Paris, sentenza del 20 marzo 2026: ergastolo in contumacia per genocidio e crimini contro l’umanità, la prima sentenza di genocidio della Francia relativa agli ezidi.
In Iraq stesso entrò in vigore nel 2021 lo Yazidi Survivors Law, che assicura ai sopravvissuti risarcimento e sostegno; nel Paese, tuttavia, i crimini sono finora perseguiti prevalentemente come terrorismo, non come genocidio.
Nadia Murad
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Nadia Murad (2018). La sopravvissuta di Kocho divenne la voce più conosciuta al mondo delle vittime del genocidio ezida. · Licenza: CC BY 2.0 · Fonte: Wikimedia Commons
Nadia Murad Basee Taha (nata nel 1993 a Kocho) fu rapita il 15 agosto 2014; sua madre e sei dei suoi fratelli furono assassinati. Dopo settimane di prigionia e schiavitù sessuale riuscì a fuggire. Invece di tacere, rese pubblico il proprio destino e divenne la voce più conosciuta al mondo dei sopravvissuti ezidi.
Nel 2016 le Nazioni Unite la nominarono prima Ambasciatrice di buona volontà per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani (UNODC). Nel 2018 ricevette, insieme al medico congolese Denis Mukwege, il Premio Nobel per la Pace: insignita per il suo impegno contro l’uso della violenza sessuale come arma di guerra. Con la sua autobiografia «The Last Girl» (tedesco: Ich bin eure Stimme, 2017) e la sua fondazione Nadia’s Initiative si impegna per la ricostruzione di Şingal e la resa dei conti con il genocidio. Ritratti di altre personalità sono raccolti nell’articolo Personalità note.
La situazione oggi
A più di un decennio dal genocidio, la sua ferita resta aperta.
- Dispersi: diverse migliaia di ezidi sono tuttora considerati dispersi; tra essi, secondo le organizzazioni umanitarie, ancora circa 2.700 donne e bambini la cui sorte è irrisolta. Alcune donne e bambini si trovano presumibilmente fino a oggi in campi come al-Hol, nella Siria nord-orientale.
- Fosse comuni: l’esumazione e l’identificazione dei morti sono, dopo la scadenza del mandato di UNITAD nel 2024, solo parzialmente concluse. Ogni sepoltura di vittime identificate nei villaggi d’origine è, per la comunità, un atto di memoria importante e doloroso.
- Ritorno: circa la metà della popolazione sfollata è tornata a Şingal; centinaia di migliaia continuano a vivere in campi nella Regione Autonoma del Kurdistan o nella diaspora. La ricostruzione ristagna, a causa dello status politico irrisolto della regione, della presenza di gruppi armati rivali e delle infrastrutture distrutte (si veda Şingal e Situazione politica nel mondo).
- Trauma: i sopravvissuti, in particolare le sabaya liberate e gli ex bambini soldato, portano traumi gravi. La reintegrazione dei rapiti nella comunità, compresi i bambini nati in prigionia, pone gli ezidi di fronte a profonde questioni religiose e umane, alle quali il Consiglio spirituale ha risposto con decreti speciali sulla riammissione dei sopravvissuti.
La commemorazione del 74º Ferman è oggi un nucleo dell’identità ezida a Şingal come nella diaspora mondiale. Il 3 agosto è osservato come giorno della memoria. Chi vuole comprendere la storia degli ezidi deve comprendere questo giorno, e la dignità di coloro che vi sono sopravvissuti.
Nota sulla lingua: l’autodenominazione è Êzîdî. Gli esonimi usati nel contesto dell’IS e in alcune fonti non riflettono l’autocomprensione della comunità. Le false affermazioni sulla religione ezida, come la calunnia secondo cui l’angelo Tawûsî Melek sarebbe un «diavolo», figurano tra i pretesti ideologici con cui la persecuzione fu giustificata per secoli; esse sono confutate nell’articolo Falsificazioni e calunnie.
Fonti
- UN Human Rights Council, Independent International Commission of Inquiry on the Syrian Arab Republic: „They Came to Destroy": ISIS Crimes Against the Yazidis (A/HRC/32/CRP.2), 15. Juni 2016, OHCHR-Pressemitteilung · Volltext (ReliefWeb)
- Cetorelli, V.; Sasson, I.; Shabila, N.; Burnham, G.: Mortality and kidnapping estimates for the Yazidi population in the area of Mount Sinjar, Iraq, in August 2014: A retrospective household survey, PLOS Medicine 14(5), 2017, DOI 10.1371/journal.pmed.1002297
- Nadia Murad: The Last Girl: My Story of Captivity, and My Fight Against the Islamic State, 2017 (dt. Ich bin eure Stimme), Nadia’s Initiative
- Das Nobelkomitee: The Nobel Peace Prize 2018, Nadia Murad, nobelprize.org · UN News, 5. Oktober 2018
- UNITAD (Investigative Team to Promote Accountability for Crimes Committed by Da’esh/ISIL): Berichte zur Exhumierung der Massengräber in Sinjar, unitad.un.org
- Walk Free: Global Slavery Index, walkfree.org/global-slavery-index
- Yazda: Global Yazidi Organization: Dokumentation der Massengräber und Überlebenden-Unterstützung, yazda.org
- Amnesty International (2014) und Human Rights Watch (2015): Berichte zu Folter und sexueller Versklavung êzîdîscher Frauen in IS-Gefangenschaft, amnesty.org · hrw.org
- Deutscher Bundestag: Antrag Drucksache 20/5228, einstimmiger Beschluss vom 19. Januar 2023, bundestag.de Textarchiv
- Gerichtsurteile: OLG Frankfurt a. M. gegen Taha al-Jumailly (30.11.2021, lebenslang, Völkermord); OLG München gegen Jennifer Wenisch (25.10.2021); Bezirksgericht Stockholm gegen Lina Ishaq (11.02.2025); Cour d’assises Paris gegen Sabri Essid (20.03.2026)
Le cifre controverse di questo articolo seguono il canone redazionale delle cifre di ezdixan.de (stato al 2026-06-14). Dove le fonti divergono, sono indicati intervalli con attribuzione della fonte.
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