wissen

Preghiera e pratica religiosa quotidiana nell'ezidismo

Contenuto generato dall'IA – non verificato. Questa traduzione è stata creata automaticamente da un modello linguistico locale e non è ancora stata verificata da esperti umani. I riferimenti alle fonti e le affermazioni dettagliate possono contenere errori. Si prega di considerarla una versione di lavoro. Passa alla versione originale tedesca per vedere lo stato verificato.
it3164 parole⏱ circa 14 min di lettura📚 13 sezioni🔖 ≥9 fontiQualità C · non verificato

Questo articolo tratta della pietà vissuta degli ezidi, la preghiera quotidiana, i piccoli riti del quotidiano e il ritmo devoto della settimana e dell’anno. Mentre Religion e Tawûsî Melek espongono i fondamenti teologici, qui si tratta della pratica: quando, come e in quale direzione si prega; quali gesti, abluzioni e oggetti vi appartengono; e come la pietà si esprime nella casa, nel corso della giornata e nel ciclo dell’anno.

Un’importante osservazione preliminare: il sistema religioso ezida è di carattere orale ed è regionalmente multiforme. Il numero delle preghiere quotidiane, i loro nomi e il grado della loro obbligatorietà differiscono considerevolmente tra fonti, regioni e famiglie. Questo articolo attribuisce perciò coerentemente là dove i dati si disperdono, invece di affermare un’unica versione «corretta».

Nota sulla grafia: Usiamo la forma kurmancî-latina Êzîdî/ezidi (non «yazida», salvo nelle citazioni dirette), Xwedê per Dio e Tawûsî Melek per il sommo angelo santo, mai equiparato al «diavolo» (vedi Tawûsî Melek). I nomi propri e i nomi delle preghiere compaiono in grafia kurmancî-latina.


La preghiera nell’ezidismo: tratti fondamentali

A differenza delle grandi religioni scritturali, nell’ezidismo non esiste alcun testo di preghiera vincolante che sia fissato alla lettera per tutti i credenti, e la preghiera quotidiana non è un dovere esigibile allo stesso modo, ad esempio, della preghiera obbligatoria islamica. La pietà è più fortemente individuale, domestica e legata alla simbologia del sole e della luce. Pregare significa per molti ezidi anzitutto: volgersi verso il sole nascente, pronunciare una breve invocazione e toccare il sacro nel quotidiano.

Si prega nella lingua religiosa kurmancî (curdo del Nord), la stessa lingua in cui sono trasmessi anche gli inni sacri (Qewl) (vedi Qewl-Tradition). La lingua religiosa è così strettamente intrecciata con l’identità etnica; una preghiera in un’altra lingua non è tenuta da molti come pienamente valida.

La preghiera è rivolta a Tawûsî Melek e alla luce divina del sole (curdo Şems, collegato alla figura santa Şêx Şems), che è venerato come l’apparizione visibile del divino. In ultima istanza ogni preghiera è rivolta a Xwedê, l’unico Dio, la cui creazione e amministrazione del mondo avviene però per mezzo degli esseri santi.


Le preghiere quotidiane: numero, orari e nomi

Sul numero delle preghiere quotidiane non vi è accordo nella tradizione. L’esposizione più diffusa conosce cinque orari di preghiera, dei quali nel quotidiano vissuto per lo più solo due o tre sono effettivamente compiuti.

Cinque preghiere (forma ideale)

In una corrente enumerazione le cinque preghiere quotidiane (kurmancî nivêj) sono:

  • Nivêja berîspêdê: la preghiera nel crepuscolo prima dello spuntare del giorno
  • Nivêja rojhilatinê: la preghiera al sorgere del sole
  • Nivêja nîvro: la preghiera di mezzogiorno
  • Nivêja êvarî: la preghiera del pomeriggio/della sera
  • Nivêja rojavabûnê: la preghiera al tramonto

Altre fonti enumerano le preghiere sotto la denominazione Dua («supplica, invocazione») e con un conteggio in parte divergente, ad esempio: Dua Fecrê (alba), Dua Sibê (mattino), Dua Nîvro (mezzogiorno), Dua Êvarê (sera) e una preghiera prima di coricarsi (Dua Ser Belgî, intesa anche come la professione di fede Şehda Dînî). Quali nomi e quale numero valgano dipende dalla rispettiva tradizione locale, alcune comunità parlano di tre o quattro preghiere consuete.

La pratica vissuta: preghiera del mattino e della sera

In realtà per la maggior parte degli ezidi sono anzitutto due le preghiere determinanti: la preghiera del mattino al sorgere del sole e la preghiera della sera al tramonto. Queste due soglie del giorno, l’apparire e lo scomparire della luce, sono i momenti centrali della pietà ezida quotidiana. La preghiera della sera (Dua Êvarê, nella pronuncia di Şingal/della diaspora anche Dowa Evare) viene allora frequentemente pronunciata da soli e in un luogo appartato; è una preghiera di ringraziamento, nella quale la persona che prega si volge verso il sole calante.

I restanti orari di preghiera sono tenuti per meritori, ma non consueti nella stessa misura. Nel complesso la frequenza del pregare dipende fortemente dalla pietà personale, dall’età e dalla vicinanza ai dignitari religiosi.


L’orientamento verso il sole

Il tratto più appariscente della pratica di preghiera ezida è l’orientamento verso il sole. La persona che prega volge il proprio volto nella preghiera del mattino verso il sole nascente a est, nella preghiera della sera verso il sole calante a ovest. Il sole è tenuto per un segno visibile della luce divina; la sua venerazione sta al centro della pietà pratica, senza che gli ezidi siano «adoratori del sole» nel senso di una divinità autonoma, il sole è apparizione e indicazione, non Dio stesso.

Secondo una tradizione diffusa, Tawûsî Melek insegnò al primo uomo a volgersi verso il sole nella preghiera. Così la preghiera quotidiana si collega al mito della creazione (vedi Religion): chi prega ripete un gesto che risale fino all’inizio dell’umanità.

Una differenziazione importante riguarda la preghiera di mezzogiorno: chi la compie non si volge verso il sole allo zenit, ma verso la direzione del santuario di Lalîš (vedi Lalîş). Lalîš è così qualcosa come la Qibla degli ezidi, il punto di riferimento geografico terreno che lega la venerazione cosmica della luce a un luogo concreto. Anche la preghiera al sole stessa è riferita mentalmente a Lalîš, poiché lì, secondo la concezione ezida, la creazione prese il suo inizio.


Abluzioni e purezza prima della preghiera

La preghiera è idealmente preceduta da una purificazione rituale. La persona che prega si lava mani e viso prima di volgersi verso il sole. La purezza (paqijî) non è nell’ezidismo un valore meramente igienico ma religioso: chi entra in contatto con il sacro, sia nella preghiera, sia nella visita di un santuario o nel maneggio di oggetti consacrati, deve essere puro.

La purezza di preghiera è parte di un sistema più ampio di prescrizioni di purezza e alimentari che plasma il quotidiano (in dettaglio sotto Reinheit & Tabus). L’acqua vi gioca un ruolo di primo piano; l’acqua più santa sgorga a Lalîš (Kaniya Sipî, Zimzim) e viene portata in forma consacrata fino alla Diaspora.


Gesti e piccoli riti del quotidiano

Accanto alla preghiera di parola vera e propria esistono numerosi gesti corporei di pietà che attraversano il quotidiano:

  • Postura delle braccia nella preghiera: Molti ezidi incrociano durante la preghiera le braccia davanti al corpo e levano il viso verso il sole. La preghiera viene per lo più compiuta in piedi.
  • Baciare gli orli della veste: Alla conclusione della preghiera si bacia spesso l’orlo della propria veste (o una collana, un panno annodato), un gesto di umiltà e di contatto con il sacro.
  • Baciare le soglie e i luoghi santi: Il bacio delle soglie delle porte presso i santuari e presso il santuario di Lalîš è un rito centrale della pietà. I pellegrini si inginocchiano alle porte e baciano le soglie senza calpestarle, le soglie degli spazi sacri non possono essere toccate con il piede. Anche le pietre sante, le colonne e i variopinti panni annodati dei santuari vengono baciati e toccati. Questi gesti rendono la santità corporalmente esperibile e sono, a differenza della preghiera parlata, accessibili a tutti.

Il Berat: piccole sfere sante di terra di Lalîš

Un oggetto particolare della pietà quotidiana è il Berat (anche berat, «benedizione, permesso»): una piccola sfera, per lo più a forma di perla, biancastra, della terra santa della valle di Lalîš, che viene mescolata con acqua consacrata, dalla Fonte Bianca (Kaniya Sipî) o dalla fonte Zimzim, e plasmata.

Molti ezidi portano uno o più Berat con sé: in tasca, a una cordicella attorno al collo o conservato nella casa. Il Berat è una testimonianza fisica del legame con il luogo più santo della terra e al tempo stesso un pezzo di Lalîš che si può portare ovunque. Nella preghiera e nelle crisi della vita viene toccato, baciato o preso in mano; accompagna nel matrimonio, nel pellegrinaggio e nella morte. Specialmente nella diaspora, lontano dal santuario, il Berat acquista un significato aggiuntivo come pezzo portatile di patria e santità.

La fabbricazione e la distribuzione del Berat sono legate a Lalîš e ai dignitari religiosi del luogo; le piccole sfere vengono portate via dai pellegrini e tramandate nella comunità.

Il Berat è stato elaborato scientificamente, tra l’altro, nello studio «The blessed handful of light: genesis and message of the Yezidi berat» (British Journal of Middle Eastern Studies, 2022), che mette in luce il suo legame con la concezione ezida della creazione, Lalîš come il luogo creato per primo, calato dal cielo.


Il ritmo settimanale: mercoledì santo, sabato giorno di riposo

Anche la settimana è strutturata religiosamente:

Mercoledì: il giorno santo

Il mercoledì (kurmancî Çarşem) è il giorno della settimana più santo degli ezidi. È tenuto per il giorno in cui, secondo la tradizione ezida, la creazione del mondo giunse a compimento e Tawûsî Melek fu insediato come sovrano sulla terra: il giorno in cui la vita sulla terra ebbe inizio e la terra prese forma a Lalîš. Il mercoledì è perciò un giorno di particolare venerazione; la grande festa del Capodanno Çarşema Sor («Mercoledì Rosso», vedi Festkalender) cade deliberatamente in un mercoledì di primavera.

La carica religiosa del mercoledì è divenuta anche oggetto di interpretazione scientifica, così uno studio collega il mercoledì ezida e la venerazione del sole, della luna e degli angeli loro assegnati a concezioni antico-iraniche e pitagoriche dell’ordine dei corpi celesti.

Sabato: il giorno di riposo

Il sabato (kurmancî Şemî) è tradizionalmente tenuto per un giorno di riposo, in cui determinati lavori e attività devono essere tralasciati. L’ezidismo possiede così, come altre religioni della regione, un proprio ritmo settimanale di riposo, che co-struttura il quotidiano dei credenti.


I tempi di digiuno

Il digiuno (kurmancî rojî) appartiene agli elementi più vincolanti della pietà vissuta ed è strettamente intrecciato con il calendario delle feste (vedi Festkalender).

Il digiuno di dicembre (Çileyê Êzî / Rojiyên Êzî)

Il digiuno più importante di tutti gli ezidi è il digiuno di dicembre della durata di tre giorni in onore di Êzî (una figura santa collegata al sultano Êzîd). Cade in dicembre e inizia secondo la regola diffusa a metà del mese (frequentemente nominato: non prima del 13 dicembre), tradizionalmente dal martedì al giovedì. Si digiuna dall’alba al tramonto: durante il giorno si rinuncia a cibo, bevanda e tabacco; le notti sono riservate al pasto comune e alla preghiera. Le famiglie consumano prima dell’alba una sostanziosa colazione e rompono il digiuno alla sera con un pasto festoso, al quale spesso vengono invitati vicini e amici.

Questi tre giorni sono tenuti per un dovere per ogni ezida: sono esentati, secondo l’esposizione corrente, i bambini, i malati e gli anziani. Il digiuno non è inteso solo come privazione corporea: si deve anche «digiunare con cuore e mente», cioè esercitare compassione, gratitudine e attenzione su parole e pensieri e pregare per la comunità.

Al termine del digiuno sta la festa di Êzî (Eda Rojiyê Êzî / Eida Rojiyê), nella quale ci si incontra con il saluto «Eida te pîroz be» («Buona festa!»).

Al digiuno obbligatorio di tre giorni precedono in alcune tradizioni giorni di digiuno volontari nelle settimane precedenti (come Rojiyên Şêşims e Rojiyên Xwedan), che valgono come un’opera pia aggiuntiva.

Il digiuno di quaranta giorni del clero (Çile)

Oltre al digiuno generale gli ezidi conoscono un digiuno di quaranta giorni (Çile) che, come dovere religioso, incombe esclusivamente al clero: in particolare al Babê Şêx e ai Feqîr nonché ad altri dignitari. Vi è un Çile invernale (all’incirca dalla fine di dicembre alla fine di gennaio/inizio di febbraio, nel periodo più freddo dell’anno) e un corrispondente Çile estivo. La conclusione del digiuno invernale è formata dalla festa dei Quaranta Giorni (Cejna Çilê) all’inizio di febbraio. Questa disciplina ascetica degli specialisti religiosi si distingue nettamente dal breve digiuno obbligatorio dei laici.


Pietà domestica e altare domestico

Una gran parte della religiosità ezida si svolge nella casa. Accanto alla preghiera personale del mattino e della sera le famiglie coltivano la devozione domestica: la conservazione e il contatto del Berat, l’accensione di lumi e stoppini (la luce come apparizione del divino), l’apposizione di sacri panni annodati e la conservazione di terra, acqua od oggetti provenienti da Lalîš.

Alcune case possiedono un piccolo angolo o nicchia sacri con oggetti consacrati, una forma di «altare domestico» presso il quale la famiglia compie la sua devozione. Anche la festa Batizmî e altre cerimonie familiari vengono celebrate nella cornice domestica. È questa pietà domestica che mantiene vivo l’ezidismo attraverso le generazioni e attraverso l’ampia dispersione della diaspora, proprio là dove mancano santuari e luoghi santi.


Il ruolo di Şêx, Pîr e Hosta

La pietà vissuta è strettamente legata all’ordine castale della società ezida (in dettaglio sotto Gesellschaftsordnung). Ogni famiglia laica dei Mirîd è collegata a determinati dignitari religiosi che assumono il suo accompagnamento spirituale:

  • Şêx (sceicco) e Pîr sono le due «caste» religiose a cui è assegnata ogni famiglia laica. Il Şêx e il Pîr responsabili accompagnano la famiglia nei passaggi della vita, battesimo, matrimonio, morte (vedi Traditionen), e nelle questioni religiose. Nei loro confronti sussiste un obbligo di rispetto e tributi.
  • Il Hosta (anche Mamosta, «maestro/insegnante») è il maestro-insegnante religioso che trasmette i contenuti della fede, le preghiere e la giusta condotta. Poiché il sapere viene tramandato oralmente, a questi insegnanti spetta un ruolo chiave nella conservazione della tradizione.
  • Gruppi specializzati come i Feqîr (pii ascetici) e i Qewal (i recitanti degli inni sacri) portano i doveri religiosi più impegnativi, come il digiuno di quaranta giorni o la recitazione rituale dei Qewl (vedi Qewl-Tradition).

Per la pietà quotidiana dei laici ciò significa: la preghiera individuale al sole può essere compiuta da chiunque, ma l’autorità religiosa, il sapere e i riti solenni risiedono presso le caste consacrate. Lo stretto legame personale tra famiglia laica e il suo Şêx/Pîr è uno degli elementi più stabili della pratica religiosa ezida.


Temi correlati

  • Religion: credenza, cosmologia e teologia degli ezidi
  • Tawûsî Melek: Tawûsî Melek, il sommo angelo santo
  • Reinheit & Tabus: purezza, precetti alimentari e di purezza
  • Lalîş: il santuario di Lalîš, fonte del Berat e direzione della preghiera
  • Festkalender: il calendario delle feste ezida (Çarşema Sor, Cejna Cemaiyê, feste di digiuno)
  • Gesellschaftsordnung, ordine castale: Şêx, Pîr, Mirîd
  • Traditionen: riti del corso della vita (battesimo, matrimonio, morte)

Quellen

Letteratura scientifica di riferimento:

  • Philip G. Kreyenbroek: Yezidism, Its Background, Observances and Textual Tradition. Lewiston: Edwin Mellen Press, 1995.
  • Philip G. Kreyenbroek / Khalil Jindy Rashow: God and Sheikh Adi are Perfect, Sacred Poems and Religious Narratives from the Yezidi Tradition. Wiesbaden: Harrassowitz, 2005.
  • Khanna Omarkhali: The Yezidi Religious Textual Tradition, From Oral to Written. Wiesbaden: Harrassowitz, 2017.
  • Eszter Spät: The Yezidis. London: Saqi Books, 2005.
  • Birgül Açıkyıldız: The Yazidis, The History of a Community, Culture and Religion. London: I.B. Tauris, 2010.
  • Artur Rodziewicz: „The blessed handful of light: genesis and message of the Yezidi berat." British Journal of Middle Eastern Studies 51 (2022), Nr. 1.
  • Artur Rodziewicz: „The Yezidi Wednesday and the Music of the Spheres." Iranian Studies 53 (2020), Nr. 1–2.

Fonti verificate online (consultate a giugno 2026):

Formule di preghiera: invocazione, professione di fede e supplica libera

Poiché l’Êzîdîtum non conosce alcun testo di preghiera vincolante per tutti e fissato alla lettera (vedi sopra), la preghiera quotidiana è composta da un misto di invocazione formulata liberamente e alcune espressioni fisse ricorrenti, trasmesse oralmente. Di seguito alcune formule documentate nella letteratura, ciascuna con l’avvertenza che il testo e l’ordine variano fortemente a livello regionale e familiare.

L’invocazione iniziale a Xwedê

Molte preghiere iniziano con una lode a Dio (Xwedê) come Creatore e Onnipotente. Un’apertura tramandata nella pratica vissuta recita, nel suo significato: «O Signore, tu sei l’Onnipotente, tu sei il mio Creatore, a te spettano lode e gloria; tu sei puro e senza difetto; tu hai mille e un nome, e il nome Xwedê (Dio) è il più caro.» A ciò segue l’invocazione di Dio come l’Eterno, il Creatore della terra e del cielo e la fonte di ogni consolazione. È caratteristico che la persona che prega formuli poi liberamente la vera e propria supplica, esprimendola con parole proprie.

L’intercessione per i «72 popoli»

Un motivo ricorrente delle preghiere êzîdî è che la persona che prega non chiede solo per la propria comunità, ma anzitutto per tutti gli esseri umani. Un’espressione diffusa recita, nel suo significato: «Dio, proteggi prima i 72 popoli e poi noi.» Questa formula collega la preghiera personale alla concezione êzîdî dei «72 popoli» (heftê û du milet) dell’umanità; essa esprime che l’intercessione è intesa in senso universale e che la propria comunità sta all’ultimo posto.

La professione di fede (Şehdetiya Dîn)

La formula tramandata in modo più saldo quanto al testo è la professione di fede êzîdî, in kurmancî Şehdetiya Dîn (anche Şehde Dîn / Şehda Dînî, «testimonianza della fede»). Essa appartiene ai generi autonomi dei testi sacri (vedi tradizione Qewl) e viene recitata, tra l’altro, come preghiera notturna prima di andare a dormire (Dua Ser Belgî). Nella sua forma più nota essa nomina la triade sacra della devozione êzîdî:

«Sultan Şêx Adî è il mio Re, Sultan Êzîd è il mio Re, Tawûsî Melek è il segno [della mia fede] e la mia fede.»

Con ciò la professione invoca le tre figure sacre centrali: Şêx Adî (Adî ibn Musafir, ca. 1072/78–1162, il riformatore venerato come manifestazione del Tawûsî Melek), Sultan Êzîd e soprattutto Tawûsî Melek, il primo dei sette angeli sacri (mai da identificare con il «diavolo»; vedi Tawûsî Melek). Da un punto di vista teologico resta fermo che ogni fede è in ultima istanza rivolta all’unico Dio (Xwedê), la cui azione nel mondo avviene attraverso gli esseri sacri. L’autodesignazione degli Êzîden come Miletê Tawûsî Melek («popolo del Tawûsî Melek») riflette lo stesso legame.

La Şehdetiya Dîn è documentata nella ricerca come genere testuale autonomo della tradizione orale êzîdî (Khanna Omarkhali, The Yezidi Religious Textual Tradition, 2017); il testo della professione («Şêx Adî è il mio Re …») si trova, tra l’altro, nell’Encyclopaedia Iranica e nella letteratura di scienza delle religioni. Come per tutti i testi tramandati oralmente, esistono diverse varianti.


Contenuti correlati

Kommentare

Noch keine Kommentare — sei der Erste.