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Architettura êzîda e luoghi sacri

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Questo articolo descrive l’architettura sacra degli Êzîdî, con particolare attenzione a Lalîş: il santuario centrale nel distretto di Şêxan a nord di Mosul (Iraq settentrionale). Si fonda sulla letteratura specialistica di scienze delle religioni e storia dell’arte (in particolare Açıkyıldız 2010, Kreyenbroek 1995, Allison 2001, Spät 2005/2010, Omarkhali 2017) nonché su istituzioni documentaristiche (UNESCO, ALIPH Foundation, World Monuments Fund). I nomi propri sono resi nella grafia latina êzîda (Hawar).


Introduzione

La religione degli Êzîdî non conosce un singolo edificio di culto centralmente normato nel senso di una moschea o di una chiesa, bensì una rete distribuita sui territori d’insediamento, fatta di santuari, mausolei, sorgenti sacre, grotte, alberi e boschetti. Al centro di questo paesaggio sacro si trova la valle di Lalîş, il luogo più sacro degli Êzîdî, in cui giace la tomba del riformatore Şêx Adî ibn Musafir († 1162) (Açıkyıldız 2010; UNESCO Tentative List 6467, 2011).

Caratteristica dell’architettura sacra êzîda è la torre conica scanalata longitudinalmente (curdo qubbe / quba) sopra i santuari, un elemento costruttivo che ricorre da Lalîş, attraverso Şingal (Sincar) e Şêxan, fino alla diaspora armena e georgiana, e che rende la religione riconoscibile sul piano architettonico (Açıkyıldız 2010). Questo articolo inquadra l’architettura nel suo significato teologico, descrive il pellegrinaggio e i suoi riti e tratta della distruzione dei luoghi êzîdî da parte del cosiddetto “Stato Islamico” (IS) a partire dal 2014 nonché della ricostruzione.

Chiarimento terminologico: Nel seguito Tawûsî Melek indica l’“Angelo Pavone”, il sommo dei sette esseri angelici, egli non è da identificare con il “diavolo” (una diffamazione attribuitagli dall’esterno). Xwedê è la parola êzîda per Dio e non coincide con “Allah”. Sersal (“Capo dell’anno”, il capodanno êzîda in aprile) è una festività autonoma e non identica al Newroz curdo.


1. Lalîş: il santuario centrale

1.1 Posizione e geografia sacra

Lalîş (anche Lalişa Nûranî, “il Lalîş luminoso”) si trova nel distretto di Şêxan nel governatorato di Ninive, nella regione del Kurdistan iracheno, circa 60 km a nord di Mosul e circa 12 km a est della cittadina di Şêxan, a un’altitudine di circa 861 m (Wikipedia “Lalish”, basato sull’Encyclopaedia Iranica; Mesopotamia Heritage). La stretta valle è racchiusa da tre monti che nella tradizione êzîda sono essi stessi caricati di sacralità, nella letteratura per lo più denominati Hizret (ovest), Erefat/Arafat (nord) e Mişet/Misat (sud); le letture esatte variano tra le fonti.

Il complesso non va inteso come un edificio, bensì come un paesaggio sacro: complesso templare, sorgenti, grotte, ponti, alberi e sentieri di pellegrinaggio formano insieme uno spazio le cui singole stazioni i pellegrini attraversano in un ordine prestabilito (Spät 2010, Places of Pilgrimage; Kreyenbroek 1995). Il complesso principale comprende, secondo il rilievo del progetto Mesopotamia Heritage, circa 4.500 m² e si articola in un’area centrale religiosa (mausolei, sorgenti, sale d’assemblea) e in zone profane (alloggi per pellegrini, cucina, magazzini).

1.2 Storia e fondazione

Nei primi anni del XII secolo Şêx Adî ibn Musafir: uno studioso originario del Libano e fondatore dell’ordine sufi Adawiyya, si trasferì a Lalîş e vi fondò un eremo (zawiya). Dopo la sua morte nel 1162 fu sepolto sul posto; la sua tomba divenne il punto di cristallizzazione della religione êzîda successiva (Wikipedia “Lalish” secondo Encyclopaedia Iranica; Kreyenbroek 1995). Nel corso dei secoli successivi il complesso crebbe: il mausoleo di Şêx Hesen sorse dopo la sua morte nel 1254, ulteriori sale e santuari si aggiunsero nel XIII secolo.

Lalîş fu ripetutamente bersaglio di attacchi ed espropri. Nel 1892 la valle fu annessa nel contesto della repressione ottomano-islamica e temporaneamente trasformata in una scuola islamica; solo nel 1904 gli Êzîdî, sotto Mîr Alî Beg, riuscirono a riconquistare il loro santuario (Wikipedia “Lalish” secondo Encyclopaedia Iranica). Dal 2011 Lalîş figura nella lista propositiva del patrimonio mondiale UNESCO (ID 6467).

1.3 Il mausoleo di Şêx Adî e le torri coniche

Il cuore del complesso è il mausoleo di Şêx Adî (Quba Şêxadî). Esso segue il tipo fondamentale degli edifici sacri êzîdî: una base cubica con la camera sepolcrale, sopra una zona di transizione (tamburo/drum) e infine la caratteristica torre conica scanalata. Il sarcofago è velato con strisce di stoffa colorate (perî); l’interno è illuminato da piccole aperture di luce e lampade a olio (Açıkyıldız 2010; Mesopotamia Heritage).

La simbologia delle torri coniche scanalate è ben documentata sul piano storico-religioso: secondo la storica dell’architettura Birgül Açıkyıldız il cono pieghettato simboleggia i raggi del sole che illuminano la terra e l’umanità: le nervature verticali corrono dalla punta alla base circolare, che a sua volta raffigura la terra che riceve la luce del sole (Açıkyıldız 2010, cit. in Mesopotamia Heritage; UNESCO 6467). Questa simbologia della luce corrisponde alla posizione centrale del sole nella devozione êzîda (cfr. il santuario solare di Şêx Şems, → 1.6).

Sulla punta della torre siede spesso un coronamento bronzeo composto da una o più sfere, integrato da un anello, da una mezzaluna o da un altro segno celeste, attorno ai quali vengono a loro volta annodati panni di stoffa colorati (Açıkyıldız 2010). Il numero delle scanalature è per lo più 24, 28 o 32, occasionalmente 40.

Tecnica costruttiva e materiale: Le mura sono tradizionalmente di calcare chiaro, l’interno è intonacato e annerito nel corso dei secoli dall’olio e dalla cera delle lampade. In occasione dei restauri del XX secolo (tra l’altro 1989) all’interno fu impiegato il marmo. A est del mausoleo di Şêx Adî si trovano tre magazzini a volta a botte, in cui in grandi giare (kûp) viene conservato l’olio d’oliva rituale per le lampade, ricavato dai sacri oliveti di Bahzanî (Mesopotamia Heritage; Açıkyıldız 2010).

Confronto architettonico (documentato): La pianta quadrata con cupola sovrastante che si eleva su un tamburo corrisponde a convenzioni del XII–XIII secolo, riscontrabili anche nei mausolei sciiti della regione attorno a Mosul (Açıkyıldız 2010, cit. in Mesopotamia Heritage). La peculiarità êzîda risiede nel cono pieghettato e fortemente verticalizzato anziché nella liscia semisfera, un tipo unico a livello regionale. Su radici ancora più antiche, preislamiche (mesopotamiche, mithraiche/zoroastriane), si discute nella ricerca; tali interpretazioni rimangono ipotetiche e vanno trattate con cautela critica rispetto alle fonti (cfr. Kreyenbroek 1995).

1.4 Le sorgenti sacre: Kanîya Spî e Zemzem

All’interno di Lalîş sgorgano due sorgenti sacre, di massima importanza per la devozione êzîda (Wikipedia “Lalish”; Açıkyıldız 2010).

Kanîya Spî (“Sorgente Bianca”) è l’unico battistero dell’Êzîdismo: qui si compie il rito battesimale/di consacrazione con l’acqua morkirin, che ogni Êzîda dovrebbe idealmente ricevere una volta nella vita (preferibilmente in età infantile). Lo spazio è a pianta rettangolare, orientato est-ovest, con vasche di pietra e nicchie murali per lampade a olio, internamente a volta a botte, esternamente con una cupola a segmenti scanalata (Mesopotamia Heritage; Açıkyıldız 2010).

Zemzem (Kanîya Zemzem) si trova sottoterra in una grotta sotto l’area del mausoleo di Şêx Hesen; una stretta scala conduce verso il basso. L’acqua è considerata il punto d’acqua più sacro del complesso; l’accesso è riservato agli Êzîdî. Il nome rimanda nominalmente al pozzo di Zemzem della Mecca, ma la sorgente êzîda è integrata in modo autonomo nella geografia sacra locale (Wikipedia “Lalish”; Açıkyıldız 2010). Mesopotamia Heritage rileva che la sorgente viene tradizionalmente messa in relazione con concezioni zoroastriane e mithraiche, un’attribuzione che la fonte riferisce senza affermarla come fatto storico accertato.

1.5 Grotte, ponte e i tabù della soglia

Diverse altre stazioni caratterizzano il percorso di pellegrinaggio attraverso Lalîş:

  • Pira Silat (ponte di Silat/Sirat): un ponte di pietra sul torrente della valle, che segna simbolicamente il confine tra zona profana e zona sacra. Viene messo in relazione con il “ponte” escatologico (Sirat), un topos religioso assai diffuso nel Vicino Oriente (Açıkyıldız 2010; Spät 2010).
  • Grotte sacre sotto il santuario principale, integrate nel rito di pellegrinaggio.
  • Alberi sacri, anzitutto un gelso direttamente davanti alla porta del mausoleo di Şêx Adî, a cui i pellegrini annodano brandelli di stoffa.

Una caratteristica universale del santuario sono i tabù della soglia e le regole di comportamento (Açıkyıldız 2010; Spät 2010; resoconti di viaggio/Atlas Obscura):

  • La soglia della porta (sîpîr) non deve mai essere calpestata o toccata, è considerata sacra; i pellegrini scavalcano oltre la soglia (spesso con il piede sinistro per primo).
  • Stipiti e ingressi vengono baciati prima dell’entrata.
  • In tutto il complesso vige l’obbligo di andare a piedi nudi: nessuno calpesta la valle sacra con le scarpe, nemmeno d’inverno.

1.6 Il serpente sulla porta: significato e mito

A destra dell’ingresso del mausoleo di Şêx Adî si trova un grande rilievo di un serpente nero eretto, annerito dalla fuliggine delle sacre lampade a olio; sopra l’architrave è inserito il motivo del pavone (Spät 2010; Atlas Obscura). I pellegrini toccano il serpente con reverenza nell’entrare, il contatto è ritenuto apportatore di benedizione e fortuna.

Il significato del serpente è interpretato mitologicamente in molteplici modi (Omarkhali 2011, The Serpent Symbolism in the Yezidi Religious Tradition; Spät 2010): secondo una tradizione diffusa, un serpente nero salvò l’arca di Noè dall’affondamento, infilandosi in una falla e sigillandola così, assicurando in tal modo la sopravvivenza di uomini e animali. In altri racconti il serpente rappresenta protezione, saggezza e conoscenza. Il serpente nero non è quindi un simbolo minaccioso, bensì un simbolo protettivo: cosa che la percezione esterna ostile degli Êzîdî ha ulteriormente frainteso.


2. Il pellegrinaggio: Cejna Cemaiyye (assemblea autunnale)

La festa più grande e più sacra dell’anno êzîda è la Cejna Cemaiyye ovvero Cejna Cemayê (“festa dell’assemblea”), un pellegrinaggio di sette giorni a Lalîş che si svolge annualmente dal 6 al 13 ottobre in onore di Şêx Adî (Wikipedia “Cejna Cemayê”; Encyclopaedia Iranica, Jažn-ā Jamāʿiya; Kreyenbroek 1995). Chi può deve recarsi in pellegrinaggio a Lalîş almeno una volta nella vita; chi vive nella regione cerca di venire ogni anno all’assemblea autunnale.

Durante la festa si raduna l’intera comunità, capi tribali, dignitari religiosi e la guida spirituale (Baba Şêx), nello stesso luogo. Lo svolgimento segue una drammaturgia rituale fissa (Wikipedia “Cejna Cemayê”; Spät 2010):

  • Giorni 1–3 (riti generali): I pellegrini compiono il morkirin (consacrazione con l’acqua) alla Kanîya Spî e il selakirin (“saluto sacro”) alla sorgente Zemzem, circumambulano la tomba di Şêx Adî e attraversano la Pira Silat con fiaccole accese intonando i Qewl (inni sacri). Ogni sera ha luogo il Sema Êvarî: dodici uomini vestiti di bianco circondano una sacra fiaccola accesa al centro.
  • Giorno 4 (10 ott.), Consacrazione dei Perî: Le strisce di stoffa colorate (perî) che adornano i santuari vengono rinnovate e benedette con acqua di sorgente, un simbolo del rinnovamento della natura.
  • Giorno 5 (11 ott.), Qebax/Qebaxgêran: Presso il santuario di Şêx Şems (angelo del sole e membro dei Heft Sirr, i sette angeli) viene sacrificato ritualmente un toro. La sua carne viene distribuita ai pellegrini come cibo consacrato (simat) insieme al grano; i partecipanti infilano rametti verdi nel loro copricapo come segno della “venuta del verde della terra”.
  • Giorno 6 (12 ott.), Berê Şibakê: Una struttura a griglia/trono di rame viene portata in solenne processione a un bacino sacro, lì consacrata e riportata al santuario.
  • Giorno 7, Conclusione: I pellegrini danzano il Govenda Derê Kanîya Spî e attingono acqua sacra, che portano con sé a casa.

Per tutta la festa fanno parte degli eventi processioni, pasti comunitari (simat), recitazione di Qewl, sacrifici di animali, accensione di candele e lampade nonché danze, musica e mercati (Wikipedia “Cejna Cemayê”; Nadia’s Initiative 2022).

Nota di ricerca: Alcuni autori tracciano paralleli tra il sacrificio del toro e l’antica festa iranica Mihragan ovvero tradizioni mithraiche. Questa interpretazione è controversa nella ricerca e dovrebbe essere letta come ipotesi, non come derivazione accertata (cfr. Kreyenbroek 1995; Spät 2010).

2.1 Elementi rituali ricorrenti

Diversi dei riti di Lalîş si ritrovano anche al di fuori dell’assemblea autunnale e plasmano l’architettura sacra sul piano edilizio:

  • Lampade a olio d’oliva: Prima del tramonto in e attorno ai santuari vengono accese 365 lampade a olio: un numero che sta per i giorni dell’anno e simboleggia la luce del sole come luce di Dio (Kurdistan24; channel8). A tal fine ogni mausoleo possiede nicchie murali per lampade votive. (La formulazione spesso circolante dei “365 santuari” è inesatta: documentate sono 365 lampade ovvero la concezione di 365 esseri sacri/Xudan nel pantheon êzîda, non 365 edifici.)
  • Panni annodati / rito del desiderio: Su colonne sacre (Stûna Mîraza), alberi e santuari i pellegrini annodano nodi in panni di seta o di stoffa per esprimere un desiderio, e contemporaneamente sciolgono un nodo più vecchio, un “trasmettere” il favore richiesto al successivo postulante (Spät 2010; Açıkyıldız 2010).
  • Alberi e boschetti sacri, il cui olio d’oliva (da Bahzanî) e i cui frutti vengono usati ritualmente.

3. Elementi architettonici fondamentali degli edifici sacri êzîdî

Attraverso tutte le regioni, Lalîş, Şingal, Şêxan, Bashiqa/Bahzanî, diaspora, si possono identificare elementi costruttivi ricorrenti (Açıkyıldız 2010):

La torre conica pieghettata (qubbe). Il leitmotiv: una torre conica scanalata longitudinalmente sopra un tamburo a più gradini, che spesso media dal quadrato, attraverso l’ottagono, al cerchio (transizione spesso tramite trombe/squinch). La scanalatura (per lo più 24/28/32, raramente 40 segmenti) simboleggia i raggi del sole (Açıkyıldız 2010). Materiale: calcare chiaro.

Il coronamento (pinnacolo). Elemento sommitale di bronzo/rame con sfera/e, anello e segno celeste; il segno varia su base regionale (a Şingal spesso una mezzaluna, a Bashiqa/Bahzanî talvolta una mano). Attorno vengono annodati panni colorati.

Soglie, porte, tabù. Ingressi bassi che costringono a chinarsi (gesto di rispetto); soglia intoccabile; stipiti baciati; obbligo di andare a piedi nudi.

Simboli apotropaici. Il serpente nero come simbolo protettivo (mito di Noè); a livello regionale anche raffigurazioni di scorpioni (soprattutto Şingal), interpretate come protezione dal male.

Nicchie murali per lampade a olio in ogni mausoleo; sorgenti, bacini e cisterne sacre; nonché sale d’assemblea (ad es. la Mereka a Lalîş) per la liturgia e la comunità.

Simbologia numerica. Il numero Sette (Heft Sirr, i sette angeli) plasma gli insiemi sacri; nel grande tempio della diaspora di Aknalich/Armenia esso viene ripreso architettonicamente con sette cupole attorno a un’ottava centrale (→ 5).


4. Luoghi sacri nello Şingal (Sincar) e a Şêxan

Oltre a Lalîş, i monti dello Şingal (Sincar) e la regione di Şêxan nella piana di Ninive formano le cinture di santuari più dense.

4.1 Şingal / Sincar

  • Tempio di Şerfedîn (Şeref ed-Dîn), presso Sinûnê, dopo Lalîş il santuario secondo per importanza, dedicato a Şeref ed-Dîn (Sharaf ad-Dîn ibn al-Hasan), figlio di Şêx Hesen; secondo le fonti il santo cadde intorno al 1258 nella lotta contro i Mongoli, mentre la prima pietra del tempio reca l’anno 1274 (anno di costruzione, non di morte). Caratteristiche sono due punte coniche con sfere d’oro e mezzaluna (Wikipedia “Sharfadin Temple”).
  • Santuario di Mam Reşan / Mam Rashan sul Sincar, circa XII secolo, dedicato a un santo (Xudan) connesso con pioggia, agricoltura e raccolto. Alta torre conica sopra una camera quadrata. Distrutto dall’IS nel 2014, ricostruito dalla ALIPH Foundation e dal World Monuments Fund (inaugurazione attorno al 2020) (ALIPH Foundation; WMF/Culture in Crisis).
  • Çel Mêra / Chermera (“Quaranta Uomini”) sulla cima più alta dello Şingal, santuario di vetta, in cui si dice siano sepolti 40 santi.

4.2 Şêxan e Bashiqa/Bahzanî

  • Şêx Mend ad Ain Sifni (Şêxan): un santuario dedicato al “Signore dei Serpenti” con architettura divergente: quadrato e con tetto piatto (senza torre conica) nonché una raffigurazione di serpente sulla porta (Spät, Black Snake; Açıkyıldız 2010).
  • Sacro oliveto di Şêx Bekir presso Bahzanî, fonte dell’olio d’oliva rituale; gravemente danneggiato dagli incendi dolosi dell’IS 2014–2016 (circa 800 dei 3.000 ulivi bruciati) e da allora riabilitato dalla ALIPH (ALIPH Foundation).
  • A Bashiqa e Bahzanî numerosi mausolei furono distrutti nel 2014 e ricostruiti in prevalenza dalla diaspora.

5. I santuari della diaspora

Con la migrazione sorsero anche al di fuori dell’Iraq templi êzîdî che riprendono e sviluppano ulteriormente lo stile di Lalîş:

  • Quba Mêrê Dîwanê ad Aknalich (Armenia), inaugurato nel 2019: il tempio êzîda più grande del mondo. L’architetto armeno Artak Ghulyan progettò un edificio in granito e marmo con sette cupole attorno a una cupola ad arco centrale; il Sette rimanda ai Heft Sirr (sette angeli) (Wikipedia “Quba Mêrê Dîwanê”). Nelle immediate vicinanze sorge il più antico tempio di Ziyaret del 2012, il primo tempio êzîda nello spazio post-sovietico.
  • Tempio del Sultan Êzîd a Tbilisi (Georgia), inaugurato nel 2015: nel classico stile di Lalîş con singola punta conica; vi è annessa un’accademia teologica.
  • In Germania sorgono dagli anni 2010 i primi edifici di assemblea e preghiera nonché sezioni cimiteriali êzîde (tra l’altro Augsburg, Bielefeld); determinante è l’Accademia Êzîda di Hannover (fondata nel 2009) come istituzione scientifico-culturale.

6. Distruzione dal 2014 in poi e ricostruzione

Nell’agosto 2014 il cosiddetto “Stato Islamico” perpetrò un genocidio contro gli Êzîdî nel Sincar: circa 3.100 uccisi (stima PLOS; altre fonti fino a ~5.000), circa 6.800 donne e bambini rapiti, circa 400.000 sfollati. I luoghi religiosi furono in tale contesto cercati e distrutti in modo mirato (The Art Newspaper 2023; Forensic Architecture; Rudaw). Nella regione, secondo i rilevamenti più frequentemente citati, circa 68 santuari furono danneggiati o distrutti, tra cui il santuario di Mam Reşan, biblioteche a Bahzanî e parti dell’oliveto di Şêx Bekir.

La ricostruzione è da allora sostenuta soprattutto dalla ALIPH Foundation con sede a Ginevra, dal World Monuments Fund, da Nadia’s Initiative nonché da comunità locali; Forensic Architecture ha documentato forensemente la distruzione (ALIPH Foundation; WMF/Culture in Crisis; Forensic Architecture). Tra i progetti conclusi figurano il santuario di Mam Rashan e i templi di Şêx Hesen e Şêx Mend nel Sincar nonché la riabilitazione del sacro boschetto di Şêx Bekir. Molti mausolei a Bashiqa e Bahzanî furono ricostruiti senza aiuti statali dalla diaspora.

Lalîş stessa fu risparmiata da distruzioni dirette e divenne ancora di rifugio e di identità. Dal 2011 figura nella lista propositiva UNESCO (ID 6467); gli sforzi per una conservazione duratura e per un possibile riconoscimento come patrimonio mondiale proseguono (UNESCO; Ezidi24).


Fonti

Letteratura scientifica

  • Açıkyıldız, Birgül (2010): The Yezidis. The History of a Community, Culture and Religion. London: I.B. Tauris., Opera di riferimento sull’architettura sacra êzîda (tra l’altro simbologia dei raggi solari delle torri coniche, fasi costruttive di Lalîş).
  • Kreyenbroek, Philip G. (1995): Yezidism, Its Background, Observances and Textual Tradition. Lewiston: Edwin Mellen Press., Storia delle religioni, feste, critica delle fonti sulle attribuzioni preislamiche.
  • Allison, Christine (2001): The Yezidi Oral Tradition in Iraqi Kurdistan. Richmond: Curzon., Tradizione orale e riferimenti ai santuari.
  • Spät, Eszter (2005): The Yezidis. London: Saqi; nonché Spät (2010): Places of Pilgrimage / studi sulla tradizione del Sanjak e sulla simbologia del serpente/di Mam Reşan.
  • Omarkhali, Khanna (2011): The Serpent Symbolism in the Yezidi Religious Tradition and the Snake in Yerevan., sul significato del serpente nero. Cfr. anche Omarkhali (2017): The Yezidi Religious Textual Tradition. Wiesbaden: Harrassowitz.

Istituzioni e opere di riferimento

Fonti enciclopediche e giornalistiche (per la presentazione d’insieme)

  • Wikipedia (EN): Lalish, Cejna Cemayê, Yazidism, Sharfadin Temple, Quba Mêrê Dîwanê, Mam Rashan Shrine, Sheikh Mand.
  • Kurdistan24, channel8: sulla simbologia delle 365 lampade a olio e sulle tradizioni festive.
  • Atlas Obscura: Lalish Temple (documentazione di viaggio, pratica del serpente/della soglia).

Nota di verifica e accuratezza: Le misure architettoniche e le fasi costruttive seguono Açıkyıldız (2010) e il progetto Mesopotamia Heritage. Le derivazioni preislamiche (mithraiche/zoroastriane) sono controverse nella ricerca e nel testo sono espressamente contrassegnate come attribuzione/ipotesi. Il numero “365” si riferisce in modo documentato alle lampade a olio ovvero agli esseri sacri (Xudan), non a 365 edifici santuariali. Il numero di vittime del genocidio del 2014 e la cifra di circa 68 santuari distrutti seguono i rilevamenti di ONG/stampa più frequentemente citati e possono variare leggermente a seconda della fonte.

Aggiornato al: 2026-06-04.

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